reportage2009

Cento immigrati vivono nelle baracche della vecchia fabbrica alla Rognetta

ROSARNO – Era una vecchia fabbrica per la lavorazione delle arance. La Rognetta. Poi venne chiusa. Portarono via le porte, si arrugginirono gli infissi, cadde il tetto, crebbero le erbacce. E divenne la casa di un centinaio degli almeno 2.000 braccianti immigrati che ogni inverno si concentrano a Rosarno per la raccolta degli agrumi. Tra di loro la chiamano Fabrica Anciènne. Si trova a pochi passi dal centro di Rosarno. Vicino a una scuola elementare, sulla via Nazionale. La stessa strada che all’alba si affolla di uomini in cerca di lavoro. Da fuori si vede un cortile ancora sporco dei cumuli di immondizia rimossi poche settimane fa dal Comune. Sotto lo scheletro dei travi arrugginiti, le baracche sono state costruite ad arte, con teli di plastica, cartoni e cavi. Quando piove si allaga tutto. La fabbrica è divisa in due settori. Nel primo abitano i maghrebini.

Entro nella prima baracca. Tre metri per tre. Ci dormono in cinque. Sui tre materassi a una piazza appoggiati sui bancali, a terra. Kamal ha preparato il pane arabo sul fornellino a gas, nell’angolo. Lo assaggio. Non c’è corrente elettrica, bisogna mangiare prima che faccia buio. Sono le cinque del pomeriggio. “Ieri abbiamo fatto il cus cus”, scherza Mohamed. Sono sorpresi quando scrivo i loro nomi in caratteri arabi, sul mio taccuino. Vengono tutti da Sidi Ma’ruf, un quartiere di Casablanca. Erano vicini di casa, sono cresciuti insieme. Kamal ha 23 anni ed è in Italia da due anni e mezzo. Mohamed invece ne ha 31 e in Marocco ha due bambini. E’ arrivato in Italia il 24 gennaio del 2008. A bordo di un barcone partito da Garabulli, vicino Tripoli, con 220 persone a bordo, intercettato al largo di Lampedusa. Hisham era sulla stessa barca. Anche lui vive nella baracca, ha 23 anni. Lui e Tareq mi lasciano il loro indirizzo email, per rimanere in contatto. Hanno tutti un foglio di via, ricevuto dopo lo sbarco a Lampedusa. Ma non tutti hanno il decreto di espulsione e quindi il divieto di reingresso in Italia, e sperano di poter rientrare in un decreto flussi per regolarizzarsi. Mohamed è sceso da Milano. Nel capoluogo lombardo non trovava lavoro e aveva sentito dire che qua si poteva guadagnare qualcosa con la raccolta. Per ora sta lavorando poco. Ha un handicap alla mano sinistra. Gli mancano due dita. Hicham invece non ha ancora avvertito il padre del suo arrivo in Italia. Vive a Bologna da trent’anni, dice, e ha la cittadinanza italiana. Ma non l’ha mai chiamato per il ricongiungimento familiare, evidentemente non sono in buoni rapporti. E adesso che è venuto in modo clandestino, non gli va di farglielo sapere. Qua sono arrivati tutti con il passaparola. Mi chiedono se potranno regolarizzarsi. Se il governo ha in programma sanatorie. Scuoto la testa. Mohamed mi si avvicina. In Marocco faceva il commerciante, dice. Aveva un banchetto. Vedeva ogni estate ritornare gli emigranti con macchine nuove e vestiti firmati. Ha rischiato la vita per venire in Europa, sui barconi che partono dalla Libia. “Mais le rêve n’était pas vrai”. Il sogno non esiste. L’Italia se l’era immaginata diversa. Migliore.

Esco dalla baracca. Gli operatori di Medici senza frontiere, che mi hanno accompagnato alla vecchia fabbrica della Rognetta, stanno distribuendo volantini multilingue sull’ambulatorio sanitario STP di Rosarno dedicato ai migranti senza documenti. Nel piazzale, dietro quattro pareti di lamiera e eternit, si intravedono le spalle nude insaponate di un ragazzo che si sta lavando prima che cali il sole. I bagni invece non esistono proprio. Si va nello spiazzo dietro il capannone. Fuori intanto qualcuno ha acceso il fuoco. Il fumo arriva dalla zona degli africani. Intorno alla fiamma, una decina di maliani si stanno riscaldando prima che cali il buio. A fianco qualcuno sta cucinando su un fornellino a gas, mentre alcuni ragazzi fanno avanti e indietro con le taniche riempite d’acqua al rubinetto recentemente collegato all’acquedotto comunale, sulla strada, a duecento metri dalle baracche.

In questo settore della vecchia fabbrica, le baracche sono una appoggiata all’altra. In ognuna ci dormono fino a nove persone. Una sull’altra. Senza riscaldamento. Senza luce. Senza acqua corrente. I telefonini li ricaricano al call center vicino all’hotel Vittoria. Sono maliani, ivoriani, burkinabé, guineani, senegalesi. Sono tutti sbarcati a Lampedusa. Ma la loro situazione è diversa da quella dei marocchini. A partire dai documenti. Molti sono richiedenti asilo. Mamadou Djakité, classe 1984, mi mostra il suo permesso di soggiorno. Motivo: richiesta asilo. Valido sei mesi in attesa dell’esito del ricorso. Molti vengono dal Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Crotone. Mamadou per esempio è sbarcato a Lampedusa nel giugno del 2008. Poi è stato portato a Crotone. Ha fatto richiesta d’asilo. E dopo la risposta negativa della Commissione, un avvocato del centro ha fatto ricorso e la questura gli ha rilasciato un permesso di soggiorno di sei mesi. Un permesso con cui potrebbe lavorare. Regolarmente. Ma si ritrova qui. “A Crotone ci hanno portato alla stazione del treno, ci hanno comprato un biglietto e arrivederci” racconta con sarcasmo mentre allunga le mani verso il calore del fuoco. Aspetta una risposta dall’avvocato. Ma neanche lui ci crede. Gli chiedo se l’ha chiamato. Dice che è inutile, perché tanto non sa il francese. No, ammettono ridendo, nessuno di loro si immaginava che l’Europa sarebbe stata così.

Mi affaccio in una delle baracche dei maliani. Lo spazio calpestabile è poco. Per terra ci sono materassi ovunque. “Non si riesce a dormire quando piove – dice Amadou – cade l’acqua dentro”. Sotto le coperte, in penombra, vedo un ragazzo. E’ malato. “Sono soprattutto problemi polmonari – dice Saverio Bellizzi, il dottore di Medici Senza Frontiere – altre volte problemi legati alla cattiva alimentazione o alla scarsa igiene, oppure problemi osseo muscolari legati a infortuni sul lavoro nei campi”. Arrivano sani e si ammalano in Italia. A Rosarno i maliani dicono di essere arrivati col passaparola. A Crotone si diceva che qua si poteva lavorare. Ma non c’è lavoro. Ogni mattina si mettono in fila sulla Nazionale. Un centinaio. Dalle cinque e mezza in poi. Lavorano in media 2 giorni a settimana. Mamadou non esce nei campi da 24 giorni. Tiene il conto. Ma perché non se ne vanno allora, se qui non c’è lavoro. Andare dove? Non hanno nessuna prospettiva. Per spostarsi in una città servono soldi per il trasporto e per prendersi una stanza. Qui almeno si inganna il tempo. In attesa di tempi migliori. Non tutti però la pensano così. Più tardi, sulla nazionale, incrocio un gruppetto di sei africani, zaini in spalla, che camminano verso la stazione del treno. Dicono che tornano a Napoli, perché qua non c’è lavoro. Scorro i loro sguardi prima di salutarli. Sandro Pertini faceva il muratore in Francia durante l’esilio. Poi divenne presidente della Repubblica. Chissà se anche tra loro ci sarà un futuro presidente… sorrido all’idea. E stavolta li saluto davvero.

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